Tutti i più grandi cambiamenti sembrano avere come premessa un periodo di crisi. Senza andare troppo in là, come ad esempio pensando ad i boom economici dopo le guerre, basta prendere un periodo, a caso, di crescita della nostra vita e ci accorgeremo che è stato un periodo critico.

Pochi mesi fa ho letto, per la prima volta, un articolo che parlava della cosiddetta crisi dei 25 anni.  Se a quella dei 14/15 ero stata abbondantemente preparata, e anzi tanto l’agognavo che ne ho sfruttato al massimo l’onda rivoluzionaria, a questa proprio non ero pronta.

Si pensa che dopo l’adolescenza, acquistando il diritto di voto e la capacità di agire per sé stessi, così come per magia ci spunti anche l’esperienza su come affrontare la vita e la forza di portarne il peso. Non so come, chi sia passato per questa fase, non si sia accorto che prima di averla l’esperienza bisogna farla, prima di avere spalle forti bisogna allenarle.

Ben venga che a 18 anni in linea di massima siamo liberi di mandare a quel paese chi ci pare perché le conseguenze sono nostre, ben venga soprattutto se si hanno dei genitori incapaci, ma questo non toglie che la società dovrebbe dire “ehi benvenuto, hai presente quando ti dicevano un giorno capirai? Ecco ora capirai perché gli adulti sono sempre tanto stressati e emotivamente disabili. Devi fare delle scelte difficili e queste ti manderanno in crisi perché non è detto che imbocchi subito la via maestra. Devi provare, anzi a sperimentarti il più possibile, perché tutto quello che hai imparato fino ad adesso ti servirà solo a non dimenticarti chi sei”.

Ogni fase sembra avere una domanda.  L’infanzia sembra chiedere: “cosa ti rende felice? “e i più fortunati hanno schiere di familiari che si scervellano per trovare la risposta, gli altri si accontentano di scoprirlo da soli; l’adolescenza sembra gridare: “chi sei?” e tra le tue lacrime, la tua rabbia per l’ingiustizia, l’entusiasmo per i tuoi interessi provi a spiegarlo al mondo; e infine c’è questa fase sconosciuta che non saprei bene come chiamare. Potrebbe chiamarsi avviamento perché questa è la fase dove vai alla ricerca di un posto nel mondo, dove utilizzare ciò che sei per non farti dimenticare, per dare un senso alla tua vita.

Se nell’adolescenza un buon 30%, e sono ottimista, di persone si perde perché non riesce a scoprire chi è, e altri tipo me ancora non ci scommetterebbero, questa è la fase dove anche i duri crollano e spesso l’infelice soluzione è seguire la strada di un altro. Non che questo rischio non ci sia nell’adolescenza dove, anzi la lotta con i genitori per affermare la propria identità, ha delle conseguenze ben note, ma in questa fase il nemico peggiore è invisibile, perché sfido qualcuno a trovarmi l’omologazione per poterla sconfiggere.

Io non credo che l’omologazione corrisponda ad un luogo del mondo, ad un lavoro preciso, ad una casa e chi più ne ha più ne metta.

Corrisponde a quel calcolo statistico che si fa sulla massa di persone per delineare le scelte degli individui, corrisponde al ben pensare comune che appiattisce il pensiero libero.

Se a 15 anni il nemico sono i tuoi genitori, dai 18 in poi il nemico sono gli altri. Ma tu non sai chi sono questi altri. Sai che ci sono una mole infinita di statistiche che ti dicono cosa devi fare per avere quel lavoro, chi devi frequentare per entrare in società, qual’ è lo sport di tendenza in cui conoscere i contatti migliori e così via.

Non credo che nessuno, io compresa, abbia idea di quanto sia complicato fare tutte queste scelte seguendo quello che ha imparato di sé. Se ci aggiungiamo che alcuni erano anche incerti su chi fossero ecco fatto il pastrocchio.

Per cui diventi schiavo dei luoghi comuni, delle statistiche, avido di qualsiasi tipo di consiglio che possa indirizzarti sulla via giusta.

Non c’è nessuno che ti dice: “fermati, scegli bene, rimani concentrato, stai scegliendo il tuo luogo dove abitare nel mondo. Ci vivrai solo tu, non puoi scegliere quello di un altro, benché ti vogliano far credere sia possibile”. Ovviamente questo luogo può anche essere un aereo su cui girare il mondo, il luogo non corrisponde ad un’idea di staticità, anzi. Stai scegliendo di creare qualcosa di solo tuo, altrimenti hai sprecato la tua vita per viverne una già vissuta da qualcun altro.  Stai creando il tuo destino, o volendo immaginare che sia già scritto, lo stai trovando.  Puoi per trovare il tuo destino guardare quello di un altro?

Sembra un’idea ridicola, eppure io ci ho creduto e ho dubitato di me stessa. Tanti altri ci hanno creduto, e tanti altri, che hanno lasciato determinare il loro destino da altri individui, ci credono ancora e distruggono anche quello degli altri che non sanno ancora cosa stanno rischiando.

Ciò che gli altri ti possono dare, e magari ad averli in un mondo in cui l’informazione vale come l’oro, sono dei consigli su come rialzarti quando sei caduto, su come ripararti quando piove. Ma nessuno può prevedere quando questo accadrà, nessuno può dirti quale sia la strada giusta.

Fatti questa domanda: “che senso vuoi che abbia la tua vita? Per cosa vorresti essere ricordato?”

Qualunque sia la risposta PROVACI. La vita è il tuo tentativo e ora sei libero di incamminartici.

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Sento di essere veramente me stessa solo quando mi spoglio della responsabilità di esserlo

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