Ci catapultano in questo mondo attraverso un angusto e doloroso passaggio e senza neanche esserne usciti c’è già qualcuno che ha riposto su di noi le sue aspettative, l’onere di riscattare i sogni che qualcun altro doveva realizzare e infine almeno una ventina d’anni saranno condizionati dal punto di partenza che ci hanno offerto i nostri genitori e da quello che nel corso degli anni decideranno di offrirci.

Se questo poteva essere già sufficientemente difficile e di ostacolo al raggiungimento della felicità, nulla è in confronto al fatto che esiste un parametro nel mondo chiamato “normalità” che la società si aspetta tu attenda. Il bambino normale parla a tot anni, sa fare determinate cose, avrà determinati sentimenti, reagirà in un certo modo agli stimoli.

Esiste una corrente in contro tendenza che sta rivalutando gli strumenti da mettere a disposizione dei bambini per scoprire i propri talenti, abbandonando l’idea fascista dell’omologazione che a sua volta trova le sue radici nell’ idea spartana che i deboli vadano buttati giù dalla rupe.

Ma siamo ancora ben lontani da un mondo in cui tutti i bambini hanno il diritto ad una crescita serena.

Così ci ritroviamo grandi, ammaccati dai colpi che non abbiamo incassato, con meno immaginazione, e con addosso la responsabilità di scelte che non sono state poi tanto tali.

Non tutti ce la fanno a resistere. Non tutti riescono a farsi un loro piccolo spazio nel mondo e così preferiscono sparire, “puff” come per magia in un attimo non ci sono più.

Qualcuno se ne sente responsabile, ma per la maggior parte l’opinione comune è che il soggetto in questione sia un egoista, o un depresso, e così si archivia il caso.

Essere persone sensibili è una condanna in un mondo in cui vengono richiesti risultati robotici, in cui l’empatia è sfruttata da chi è indifferente, in un mondo in cui non ci si può fermare per ascoltarsi.

Il vagone sulle montagne russe continua a correre, su e giù, un po’, in fondo, come il nostro elettrocardiogramma che non si ferma se non quando è finita.

C’è chi ha detto che questa vita sia l’inferno che dobbiamo scontare e spesso faccio fatica a dargli torto.

Ci sono quelle persone per cui le montagne russe sono un divertimento, non soffrono la nausea, non hanno problemi di cuore, dolori alla schiena, sono sane e forti. Se ci fosse, davvero, sempre questa netta distinzione ci sarebbe da chiedersi cosa hanno fatto di male quelli che sani e forti non sono.

Il punto è che quando ai sani e forti capita qualche pesante incidente di percorso tanto sani e forti non sono più. E allora vuol dire che forse l’essere in un certo modo dipende dalle esperienze che capitano. E’ vero che possiamo scegliere alcune esperienze da fare, ma molte sono già date non appena veniamo al mondo.

Per questo i molti che si sono accalcati nel provare a  dare un senso logico a questa ingiusta disparità altra risposta non hanno trovato se non nella religione, così ad esempio la famosa via della disperazione di Kierkegaard.

Perché se tutto questo non avesse un senso  ci sarebbe da chiedersi perché essere buoni, altruisti, corretti, se la vita non lo è stata a sua volta?

E a questa domanda mi sforzo di rispondere, soprattutto nei momenti bui, dicendo a me stessa che questa vita altro non è che una prova, dove tutto ciò che diamo lo stiamo dando per noi stessi, ovunque arriveremo l’avremo fatto per noi stessi e che qualunque cosa va presa con molta leggerezza, nel bene o nel male, perché non siamo noi ad avere il potere di  fermare questa giostra.

Dopo tutto la vita è sempre capace di coglierci di sorpresa, così come lo ha fatto con le sue prove, così ne è capace con i suoi doni.

Ed infatti spesso :

E’ proprio quando si crede che sia tutto finito, che tutto comincia. Daniel Pennac

Nel frattempo fatti amico pazienza e speranza, perché per vedere al di là del buio devi resistere fino alla nuova alba.

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Sento di essere veramente me stessa solo quando mi spoglio della responsabilità di esserlo

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