Pensi che i grandi cambiamenti arrivino facendo un gran frastuono, con cartelli giganti, per annunciare la fine di una stagione e l’inizio di un’altra.

Invece arrivano senza che te ne accorga, si manifestano con sporadici sintomi di una te che non riconosci, lasciandoti piccoli pezzetti di un puzzle che ci metterà un po’ a ricomporsi.

Un po’ come succede ai bambini che un giorno sono lì che gattonano e fanno qualche prova d’equilibrio, arrampicandosi ai vari mobili  che trovano a tiro e un giorno, senza che tu abbia realizzato, senza che tu possa capire come, hanno imparato a stare in piedi e iniziano a correre per la casa.

Succede così anche alla nostra “personalità”. Sembra che sia sul punto di perdere l’equilibrio, mentre cerca con tutte le sue forze di attaccarsi a quei punti di riferimento che ha costruito fuori e dentro di sé, ed un giorno, sorprendentemente si sveglia nello stesso letto, inizia la giornata facendo le stesse cose, ma tu non sei più la stessa di prima. Ti muovi diversamente eppure c’è qualcosa di familiare in quel nuovo modo di muoverti, cerchi di riconoscerti e trovare dei nuovi punti di riferimento per proseguire con questa nuova andatura.

Ci sono quei cambiamenti che tanto aspettavi e sono quelli che all’inizio ti rendono così felice che ti butti a capofitto nella trasformazione fregandotene di cercare dei punti di riferimento. Ed è lì che appena ti fermi un attimo a pensare, ti ritrovi terrorizzato nel tuo nuovo modo di essere, non più esperto dei tuoi mari interni, alla ricerca di una nuova mappa per orientarti.

Per questo molti scappano dai cambiamenti e si lasciano, mollano il lavoro, si nascondono nei vizi, nel disperato tentativo di ritornare indietro e potersi di nuovo riconoscere. Qualunque “evento” ci cambi si porta via un pezzetto di noi che non serve più, però noi a quel pezzetto ci eravamo affezionati e vorremmo poterlo tenere.

Purtroppo è  un’illusione perché le cose andate non possono ritornare. Se ritornano è solo perché avevano fatto un giro diverso per giungere in quello stesso posto.

Possiamo rifugiarci nella memoria e lasciarci cullare dalla dolce e malinconica musica della nostalgia e rivivere le cose che non saranno più.

Ma poi, ad un certo punto, la vita deve andare avanti, perché nel passato c’è il nulla, in cui si rischia di perdersi per sempre.

Ci sono quei cambiamenti che fanno più male. Quelli che uno avrebbe evitato volentieri, anche quelli sono parte della vita. Anzi può capitare che un apparentemente bel cambiamento non porti a nulla di buono, mentre quel cambiamento, che tanto avremmo voluto evitare, porti a qualcosa di buono.

Quando il dolore dei cambiamenti che non avrei voluto chiede la dolce morfina nostalgica,  nell’illusione che le cose possano tornare indietro nel tempo, provo ad affidarmi al silenzio e mi aggrappo a quel punto di riferimento che per me è rappresentato dallo scrivere e lascio che questi piccoli pezzi della nuova me trovino il loro spazio.

Lascio che la notte rinvigorisca le mie forze e mi lascio confortare dal fatto che domani sarà un giorno nuovo e niente ancora è stato scritto.

Così è la vita, è ascoltare il fluire del tempo e lasciare andare quello che è ormai passato.

In fondo, un giorno ci svegliamo e iniziamo a correre.

In fondo un albero gigantesco altro non era che un piccolo seme.

Questa è la magia e il mistero della vita, in quel piccolissimo seme è già scritta la storia del grande albero, in quei piccoli cambiamenti, stiamo vivendo la storia per la quale siamo nati.

Nel silenzio che aleggia dentro noi stessi, in quella confusione e nel disorientamento, stanno prendendo vita i nuovi germogli che riporteranno la primavera.

 

 

 

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Sento di essere veramente me stessa solo quando mi spoglio della responsabilità di esserlo

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