Ci sono tante domande che girano nella nostra testa, alle quali, però, spesso possiamo non dare risposta, perché di fondo con o senza risposta continuiamo a vivere la nostra vita.

Senza dover parlare di “Uno, nessuno e centomila” di Pirandello,  che poi tra l’altro, inspiegabilmente, non ne ho mai letto il finale, ci sono quelle domande che ci sconvolgono e alle quindi dobbiamo necessariamente dare una risposta.

“Sì vabbè c’è la guerra ma io che posso fare?” posso vivere dicendomi “niente”.

“Ma in che forma di Stato vivo??” “Ah bo”.

“Dio esiste?” “Lui se lo chiede io che faccio?”

E possiamo continuare a darci infinite scuse per evitare di sentirci angosciati dal DUBBIO.

Ma se invece qualcuno ci dice “Sai che hai un brufolo sul naso?”, piuttosto che “sei permalosa/o?”, o la qualunque domanda ci tocchi sul personale, la nostra mente va in tilt.

“Oddio hai uno specchio”, “Perché dici questo?”.

Secondo voi, perché prima di uscire di casa sentiamo l’impellente necessità di controllarci allo specchio? Perché gli ascensori, i locali, i bar, gli uffici, hanno degli specchi in cui possiamo controllare come stiamo?

La risposta è che sentiamo il bisogno di sapere come appariamo all’esterno per sapere chi siamo.

Un esempio rende molto meglio l’idea. Quando avevo 14 anni speravo ardentemente di ingrassare perché ero la più magra delle mie amiche pur mangiando molto. Oggi spero ardentemente di dimagrire perché i miei canoni di bellezza, come quelli della società dopotutto, sono cambiati. Eppure peso esattamente quanto avrei desiderato pesare a 14 anni.

Ogni volta che lasciamo che siano gli altri il nostro specchio le risposte sono, come dice Pirandello, centomila. Tante quante sono le persone che incontriamo.

Il bisogno degli sguardi, delle parole di amici, parenti, passanti, per confermare ciò che crediamo di essere ci rende totalmente schiavi degli altri e la nostra fiducia non può che essere precaria.

C’è una storia che rispecchia molto l’animo della nostra società: “Il ritratto di Dorian Gray” di Oscar Wilde. La storia narra di questo ragazzo che invecchia e inaridisce dentro in modo spaventoso, ma questa immagine è nascosta in una stanza isolata della sua casa che lui tiene accuratamente chiusa a chiave. Invece, nella società egli appare come un giovane bellissimo al quale non manca nulla.

 

Alcuni di noi pensano di essere brutti, grassi, di valere poco, di non essere all’altezza di certe situazioni. Ed invece sono tutto il contrario. Così come altri si sentono splendidi, intelligenti, buoni e bravi e sono  persone totalmente diverse.

Per questo conoscersi può essere molto scomodo. La verità è sempre avvertita con una certa ansia e paura di perdere il controllo.

Ma conoscersi, in verità, non ha grandi controindicazioni. Ciò che si richiede è di avere il coraggio di percorrere un tratto di strada al buio.

Secondo me, però, tenere al buio qualcosa che può scappare da un momento all’altro può essere molto più spaventoso che affrontare la cosa stessa.

Chiudere una vedova nera in un cassetto vi proteggerà sul momento, ma dormireste davvero sonni tranquilli sapendo che si annida in casa vostra?

Forse è più consolante per coloro che sono vittime di loro stessi, perché tutto al più ciò che scopriranno è che sono meglio di ciò che immaginavano essere.

Anche qui, a volte, la ragione sembra essere il bisogno di non ricordare la volta in cui si è stati davvero vittime di qualcuno , perché quell’immagine continua a fare male.

E per questo alla fine il risultato non cambia. Si spreca una grande opportunità di crescita.

Conoscere sé stessi è una SFIDA AVVINCENTE.

Non ci si annoia mai, si può sempre fare meglio, e si è in compagnia della persona che nel bene e nel male noi amiamo di più.

La domanda è “Sì ok ma come faccio a conoscermi?”

Io credo che la risposta sia: mettendomi sempre in discussione, provando prima di giudicare, ascoltando le mie sensazioni e non le mie convinzioni, avendo il coraggio di fare delle scelte senza conoscere il risultato.

Non è una strada brevissima, né fra le più facili, ma di buono c’è che ci sono tante guide lungo il percorso e non siamo mai davvero soli quando cerchiamo.

Un consiglio che mi è stato utile, ultimamente, è quello di cercare le persone che hanno avuto successo nel campo che ci piace e scoprire cosa abbiano fatto nella loro vita.

Io stimo profondamente Paulo Coehlo per tantissime ragioni, che si riassumono nel fatto che è stato una guida molto presente nella mia vita.

Con mia grande sorpresa ho scoperto che il padre lo ha fatto rinchiudere più volte in manicomio pur di impedirgli di far lo scrittore. E’ stato arrestato, torturato e chissà quante altre cose ancora.

Ma NON SÉ ARRESO, non ha smesso di credere in sé stesso e nelle sue idee.

Pur senza sapere nulla di lui, questo era il messaggio che mi aveva trasmesso attraverso i suoi libri.

Potevo, però, dire a me stessa che lui forse era stato più fortunato, più riconosciuto e via dicendo.

Scoprire, invece, che così non è stato mi ha tolto tante scuse.

C’è un detto che dice “Non invidiare, ma impara da quella persona per diventare come lei”.

É solo conoscendoti che scoprirai che puoi farlo davvero!

Secondo la tradizione, nell’attimo che precede la morte, ognuno di noi conosce il vero motivo dell’esistenza. È in quel momento che si materializzano l’Inferno e il Paradiso. L’Inferno è guardarsi indietro in quella frazione di secondo e scoprire di aver sprecato l’occasione per rendere degno il miracolo della vita. Il Paradiso è saper affermare in quell’istante: “Ho commesso alcuni errori, ma non sono stato un vigliacco. Ho vissuto appieno la vita e mi sono prodigato in ogni mia azione”.
Paulo Coehlo, Aleph, 2011.

 

 

 

 

 

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Sento di essere veramente me stessa solo quando mi spoglio della responsabilità di esserlo

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