L’essere umano, da quando ha scelto di creare la giustizia, come strumento alternativo alla vendetta, si è dovuto confrontare con l’enorme difficoltà generata dalla dualità dell’essere umano stesso.

Difatti, per quanto i cartoni animati ci abbiano cresciuto con l’idea che esista un buono ed un cattivo, la realtà risulta ben diversa, e distinguere il bene dal male come due categorie pure è pressoché impossibile.

Molte religioni, risolvono il conflitto rimandando questa distinzione alla vita dopo la morte, in cui una volta per tutte queste due categorie così confuse saranno divise.

Eppure, molti avvenimenti fanno riflettere sul fatto che l’assolutizzazione non sia la scelta migliore.

Ci sono degli esempi di scuola come la sfortuna di perdere il treno che poi diventa una fortuna immensa quando questo deraglia.

Ma ce ne sono molti meno catastrofici, come un rifiuto che ci porta ad ottenere un qualcosa di migliore, una perdita che ci porta a capire l’importanza di ciò che è rimasto, un fallimento che porta ad un grande successo.

In questo, per esempio, la religione induista è stata molto più fortunata, nell’intuire la necessità dell’uomo di sbagliare per poter evolvere, necessità che per gli induisti troverebbe un infinito numero di opportunità grazie alla reincarnazione.

Anche l’uomo peggiore ha delle motivazioni per il quale commette quelle azioni terribili, giudicare senza capire non rende migliore né la parte che agisce né quella che giudica.

Su questo aspetto, corre in aiuto il cristianesimo con “chi non ha peccato scagli la prima pietra” e l’insegnamento al rimettere i debiti come si spera siano poi a loro volta rimessi.

Da sempre mi affascina questa capacità che hanno le religioni di carpire le intricatissime dinamiche relazionali, trovando delle utili soluzioni.

Come sempre, purtroppo, dove poi si accerchia il potere si manifesta l’istinto di conservazione del potere stesso, che porta al fanatismo e alla necessità di far prevalere un’identità sull’altra.

Se, però, si guarda al nocciolo di tutte le religioni, queste altro non sono che la ricerca della risposta alla domanda “Cos’è giusto e cos’è sbagliato?” “Chi deciderà i meriti ed i demeriti?” “Cos’è la vita, cos’è la morte?”

Gli esseri umani hanno poi costruito una giustizia laica, non sempre più giusta di quella religiosa, ma con il vantaggio di essere un potere discutibile.

Il dramma di Dio è che si tratta di un imputato che non può essere interpellato delle sue colpe, né di un governante che può essere insignito di meriti; questo crea un divario troppo pesante nella posizione che riveste rispetto al singolo individuo.

Per cui tutto sommato la giustizia laica con i suoi insuccessi ha il pregio di poter finire a sua volta davanti alla giustizia stessa a rispondere delle sue colpe.

La giustizia laica assoluta immaginata dagli illuministi, nel quale il giudice era unicamente “bocca della legge” che doveva applicare meccanicamente il giusto e lo sbagliato, a sua volta è incorsa nello stesso fallimento divino.

La giustizia non è riuscita ad evitare di contraddirsi in continuazione, questo prescindendo dai meriti del giudice, perché di fondo è impossibile dividere il bene dal male, senza tenere in considerazione le infinite sfumature che li separano.

Gli esempi sono infiniti. Si pensi ai grandi temi come eutanasia, aborto, libertà ecc..

Per ogni legittima pretesa ce n’è un’altra altrettanto legittima. Il diritto a non dover portare in grembo un qualcosa che non si desidera contro il diritto del feto a diventare bambino; il diritto a non vivere una vita che non si desidera contro il diritto di chi non vuole uccidere; il diritto a fare ciò che si vuole contro il diritto alla sicurezza della collettività.

Capire la dualità della giustizia e accettare che le relazioni siano rette da difficili equilibri può essere un rimedio contro le posizioni estreme che necessariamente perderanno di vista un’altra visuale altrettanto reale dello stato delle cose.

Più si diventa consapevoli e più appare insensato prendere posizioni estreme perché ci si rende conto che tutto è fatto di luci ed ombre.

Si capisce che le ombre non possono essere annientate, senza annientare un aspetto fondamentale della vita stessa.

L’utopia di un mondo con soli buoni diventa una terribile distopia in cui la mente è totalmente controllata e non è più in grado di un pensiero creativo autonomo.

Lo spirito creativo dell’essere umano proviene dal caos, dall’ombra dell’uomo.

Un’ombra che va capita ed accettata dall’aspetto razionale che ha il compito di mettere ordine cercando un equilibrio armonico.

Poiché, mentre si aspetta la fine della vita per scoprire se esiste la giustizia assoluta ed un Dio che la governa, in questa breve ma significativa occasione rappresentata dalla vita, si può imparare a capire il complicato ed affascinante mondo delle relazioni.

Ciò non significa che le ingiustizie non esistano, ma che il modo migliore per trovare la giustizia è capirne la causa, solo così potrà trovarsi una soluzione.

La vendetta, la guerra, l’odio ed ogni forma di violenza non hanno mai risolto il problema di fondo. Tutt’al più hanno portato ad un diverso equilibrio, a volte migliore, a volte peggiore.

Perché la storia si ripete? Perché le ideologie cambiano?

Perché non esiste un bene o un male assoluto. Esistono le circostanze, esistono le necessità che variano di continuo, alle quali le idee e le azioni cercano di trovare una risposta.

Ciò che è, però, auspicabile è che in questo equilibrio tutti trovino la possibilità di essere felici.

Perché le persone infelici ed insoddisfatte si odiano, fanno la guerra.

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Sento di essere veramente me stessa solo quando mi spoglio della responsabilità di esserlo

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